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RIGOLETTO A MANTOVA: INTERVENTO DI ALBERTO CONTRI, PRESIDENTE DELLA FILM COMMISSION LOMBARDIA
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Càpita assai di rado di avere a che fare più volte nella propria vita professionale con progetti di grandissima eccellenza. Mi posso ritenere quindi fortunato nel trovarmi a ricoprire un ruolo di “facilitatore” per il progetto del Rigoletto a Mantova...
 Mi posso ritenere quindi fortunato nel trovarmi a ricoprire un ruolo di “facilitatore” per il progetto del Rigoletto a Mantova, in quanto Presidente della Film Commission Lombardia. A questa Fondazione è stato delegato il compito di coordinare gli sforzi e gli interventi che le istituzioni del territorio lombardo (Regione, Provincia di Mantova, Comune di Mantova, Camera di Commercio di Mantova, altri Enti Locali) per sostenere un progetto in grado di diffondere l’eccellenza italiana nel mondo e la conoscenza dei luoghi legati alla famosa opera di Verdi.
Già come consigliere della Rai (dal 98 al 2002) mi sono trovato a patrocinare con particolare entusiasmo la “Traviata a Parigi”. Senza nulla togliere all’unanimità delle decisioni sempre prese in proposito dal CdA Rai di allora, gli addetti ai lavori sanno quanto impegno personale abbia profuso perché si raggiungesse quello splendido risultato. Il motivo è e rimane sempre lo stesso: quando si parla di cultura in televisione, si rischia sempre di ricadere nella stereotipata convinzione che la cultura non faccia audience…
E’ del tutto evidente che riproporre tal quali opere liriche – magari difficili - in orari di grande ascolto non può che provocare veri e propri cataclismi televisivi: e infatti quando il Macbeth fu programmato in diretta dalla Scala alle 20 al posto del tg non superò il 2% di share.
Occorre rendersi conto che la lirica e il teatro hanno un loro “specifico” che non è quello della televisione. L’intuizione di Andermann di creare sulla base all’opera lirica un “film in diretta” si rivelò – come già per “Tosca nei luoghi di Tosca” – del tutto vincente: “La Traviata a Parigi” toccò quote del 23%, il che per un’opera lirica è semplicemente straordinario. Segno che era stata fatta un’operazione di vera cultura popolare impiegando al meglio lo specifico televisivo al servizio della diffusione di contenuti che altrimenti non avrebbero mai raggiunto il grande pubblico.
Mi fa quindi molto piacere riproporre, senza altro aggiungere, un intervento che scrissi per Il Giornale nel giugno del 2000, in risposta ad una stroncatura di quella splendida operazione ad opera di un melomane di rango come Sergio Cofferati.
 Tratto da Il Giornale – 7 Giugno 2000
Questa Traviata è la vera cultura popolare
Letto dal set della Traviata, il dibattito tra puristi e innovatori suggeriva un particolare senso di straniamento: sia per la presenza di due piani in apparenza destinati a non incontrarsi mai, sia per la mancata percezione di una serie di valori nascosti. Si può certamente discutere se fosse buona o meno l’idea di spezzare l’opera in più parti e più luoghi, se fosse necessaria una diretta così perfetta da sembrare registrata, e via di questo passo. Ma così facendo si dimentica per l’ennesima volta che il linguaggio televisivo ha un suo specifico che può (finalmente ne abbiamo la prova provata) essere utilizzato per avvicinare anche il pubblico di massa a contenuti più colti del solito. Il più bel commento è stato infatti il titolo di un grande quotidiano che recitava: “Un gran regalo per milioni di profani”. Profani che – è un dato di fatto – sono abitualmente sollecitati dall’evento, dalla diretta, dallo spettacolo, dalla fiction. Profani ai quali spesso ci si rivolge toccando le corde più facili per essere certi di averli in gran numero davanti al video. Profani che purtroppo (altro dato di fatto) costituiscono un popolo che scopriamo quasi per un terzo semianalfabeta, e per larghissima parte con una scolarità che oscilla tra la terza elementare e la terzo media. Curioso quindi che un difensore del popolo come Sergio Cofferati riesca a dire ad un tempo una cosa giusta e una errata, affermando che la televisione dovrebbe “colmare i ritardi della scuola nell’educare i cittadini alla musica”. Come si può pretendere che chi non si è avvicinato per lunghissimi anni alle note e tantomeno ad uno straccio di estetica musicale, si incolli improvvisamente al video per godersi una filologicissima esecuzione di un’opera lirica? Magari pure allestita con la spendacciona astruseria di molti registi d’avanguardia? È qui che si gioca tutto l’equivoco di una generazione di politici e intellettuali che ha perso il contatto con ciò che significa veramente “cultura popolare” e si è sempre di più trincerata in un territorio riservato ai soliti pochi, inclusa la distribuzione dei finanziamenti pubblici per il cinema, il teatro, la musica. Forse perché liberare davvero “il popolo” potrebbe scatenare energie pericolose, chissà, magari potrebbe anche cominciare a pensare con la propria testa! Ma liberare dall’ignoranza la massa del pubblico non lo si può fare se non attraverso la divulgazione, che è un sentiero stretto e difficile, nel quale il mezzo non può mai far dimenticare il fine. Si potrà dire tutto, attaccarsi a mille particolari, ma nel film in diretta che abbiamo visto, pur padroneggiando tutte le astuzie mediatiche, il fine ha sempre prevalso: nell’esecuzione di orchestra e cantanti, nella splendida eleganza formale di regia e luci.
Ho sentito diverse persone che mai si erano avvicinate all’opera – compresi alcuni compagni di mio figlio ventunenne – affermare: non immaginavo che fosse così bella. Chissà, forse un domani vedendo una locandina, entreranno finalmente in un teatro, o si disporranno a vedere un’altra opera in diretta dall’Arena di Verona o una registrazione dalla Scala. Perché questo la Rai deve impegnarsi a fare. Poiché c’è del vero in tutte le opzioni, occorre trovare lo spazio per la fruizione di opere tal quali in orari di nicchia, e per la divulgazione negli orari di massa. Con tre reti non dovrebbe nemmeno essere impossibile. L’esperimento Traviata ci dice che lo è, anche per un altro risultato raggiunto, meno visibile ma assai tangibile. Assistendo all’ultimo atto in un gabbiotto del mix audio di tre metri per tre insieme ai tecnici del suono, mi sono reso conto di quanto sono cresciuti sfidando l’impossibile. Vedendo le acrobazie di Garrett Brown e dei nostri ragazzi con le steady-cam da lui inventata ho capito quanto hanno imparato, e quanto potranno restituire al pubblico nel mestiere quotidiano. Dopo il primo atto, chiedo a Storaro la spiegazione di alcuni miracoli tecnici. Mi risponde con tutta la semplicità dei grandi che sanno il fatto loro: “la cosa più bella è che i vostri ragazzi, dopo questi due mesi passati insieme, hanno imparato a liberarsi dagli schemi. Insieme ci siamo prefissi l’impossibile. Ora hanno tutti un nuovo rapporto con le macchine e le luci che usano. Hanno fatto uno stage impagabile”. Così, nel fare la somma algebrica di vantaggi e svantaggi, ritengo che i primi superino ampiamente i secondi, considerato anche il know-how che tutti quelli che hanno lavorato al progetto potranno riversare nel fare ogni giorno una Tv di maggiore qualità. È con questo metodo che la Rai può diventare un vero punto di riferimento. E quale incoraggiamento sentire esclamare la gente di Francia, assiepata sotto la finestra di Violetta sul Quai d’Orléans, quando Eteri Gvazava– finito l’ultimo atto – l’ha spalancata, morta di caldo, di tensione e di fatica: “Bravò, les italiens!”.
Alberto Contri – Consigliere Rai

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